Campo di concentramento di Monigo

Campo di concentramento di Monigo
campo di concentramento
StatoItalia (bandiera) Italia
Stato attualeItalia (bandiera) Italia
CittàTreviso
Coordinate45°39′58.6″N 12°14′31.5″E
Costruzione1941
Liquidazionesettembre 1943
Attività1942-1943
Uso precedenteCaserma militare "Cadorin"
Comandanti
  • Alfredo Anceschi
  • Eliseo Signorini
Tipo prigioniero
  • Civili slavi
  • Ebrei

Il campo di concentramento di Monigo fu un campo di prigionia, aperto durante la seconda guerra mondiale e destinato ai prigionieri civili slavi (soprattutto sloveni e croati). Si trovava a Treviso, nel sobborgo di Monigo.

Il numero totale di quanti vi furono internati non è computabile con esattezza, ma oscilla attorno alle diecimila unità, con una presenza media di 2 582 persone (punta massima, 3 374, approssimata secondo alcune fonti in 4 000 unità, mentre la capienza massima prevista dalle autorità militari era di 2 400[1] o 2700[2]).

Il campo

Ricavato all'interno della caserma "Cadorin" di recente costruzione[3], il campo entrò in funzione nel luglio 1941 e rimase attivo fino alla caduta del fascismo.[4]

L'internato che giungeva nel campo veniva sottoposto a "bonifica" (cioè a una doccia con simultanea disinfestazione degli abiti, che gli venivano poi restituiti, in quanto non era prevista una divisa). Poi gli veniva fornito il suo corredo: due coperte, un cucchiaio, una gavetta e un po' di paglia. Per dormire, disponeva di un giaciglio su letti a castello all'interno di una delle camerate delle sei casermette in muratura, fornite di bagni, di cui disponeva il campo. Altre strutture ospitavano le cucine e il comando. Il campo non era di lavoro, anche se alcuni disegni del campo composti da un artista sloveno internato, Vladimir Lamut, rappresentano attività di edilizia o manutenzione.[5]

I prigionieri erano sottoposti a una rigida disciplina, che prevedeva frequenti ispezioni, anche per evitare evasioni, che pure vi furono. Non risulta che fosse praticata sistematicamente la violenza contro i prigionieri, ma una testimonianza riferisce una pratica del temuto tenente colonnello dei carabinieri Alfredo Anceschi, comandante del campo, di cui si dice che, per punizione o monito, avesse tenuta una donna legata ad un palo per un'intera giornata.[6] I prigionieri, distinti, in teoria, in base alla Circolare 3 C di Mario Roatta,[7] in "repressivi" (da vigilare) e "protettivi" (da proteggere: sarebbero stati gli slavi che potevano temere ritorsioni da parte dei partigiani), all'atto pratico erano mescolati tra loro e questo poteva creare problemi di convivenza.[8]

Le condizioni materiali di vita erano molto pesanti: le camerate non erano riscaldate e la dieta prevedeva, sulla carta, solo 911 calorie giornaliere per i repressivi. All'atto pratico, all'internato arrivava di meno per imboscamenti da parte dei militari, tentati di arricchirsi con la borsa nera.[9] Si consideri poi che la dieta era molto sbilanciata, presentando carenze vistose di grassi, proteine, vitamine;[10] inoltre i finanziamenti stanziati per sfamare tutti i prigionieri slavi dei campi fascisti avevano visto perdere il loro valore reale a causa dell'alta inflazione del periodo: per cui le somme preventivate all'inizio (primo semestre del 1942) nel giro di pochi mesi non erano più sufficienti a garantire l'acquisto di quel poco che era stato stabilito.[11] Chi poteva contare su aiuti esterni (famiglie o reti di solidarietà) poteva reggere, chi non aveva aiuti, o giungeva nel campo già pesantemente debilitato, come le donne e i bambini che nell'autunno provenivano da Arbe (Rab), furono condannati alla morte per stenti e malattie. Circa 200 furono le vittime del campo (ci sono tre elenchi al riguardo, che contano rispettivamente 187, 192 e 225).[12] A Treviso morirono 53 bambini sotto i dieci anni; il tasso di mortalità infantile (calcolato sui 45 nati nel campo) fu quasi del 300 per mille, includendo 2 bambini nati nel campo di Monigo e poi morti nel campo di Gonars.[13] Il professor Menemio Bortolozzi di Treviso, anatomopatologo, autore di molte autopsie, documentò come la fame fosse una delle prime cause di morte, accanto alla tubercolosi e ad altre malattie favorite dal freddo e dal sovraffollamento. "Non erano cadaveri normali", avrebbe affermato il medico, "sembravano delle mummie o dei corpi riesumati". Il fegato di una persona pesava un terzo del normale.[14] Esistono diverse memorie di questo campo, da parte di persone che furono testimone dirette dei fatti o di altre che ne sentirono parlare. Ha affermato, per esempio, il partigiano e cineasta Giuseppe Taffarel:

Targa commemorativa sulle pareti esterne dell'ex campo
«La sua esistenza lega direttamente la Resistenza trevigiana a quella jugoslava: a Monigo vengono deportati, infatti, i superstiti di un paese sloveno, che i fascisti hanno raso al suolo dopo aver torturato e fucilato partigiani e cittadini inermi. La piccola Buchenwald di Monigo è passata inosservata per molto tempo, anche se è costata la vita a 187 cittadini jugoslavi, tra cui 54 bambini morti di torture, di fame e di stenti.»

Il campo per slavi cessò di esistere nel luglio del 1943. Tuttavia, finita la guerra, e precisamente da maggio ad agosto del 1945, fu riattivato come campo per profughi di tutta Europa. Gestito dal Governo Militare Alleato (AMG: Allied Military Governement), vi transitarono quasi 20 000 persone: molti erano polacchi (8 000), francesi (4 700) e slavi (2 000) in fuga dal governo di Tito, ma vi passarono anche internati militari italiani provenienti dalla Germania.[16] Questa seconda vita del campo ha contribuito a confondere la memoria popolare dell'evento, già di per sé alquanto debole.[17] Dopo questa parentesi, scartata l'ipotesi di un utilizzo dello stesso sito per profughi giuliani,[18] le caserme tornarono ad esercitare la loro funzione naturale e sono ancora a disposizione dell'esercito.

Note

  1. ^ Meneghetti, pp. 83, 88, 217-220.
  2. ^ I CAMPI FASCISTI - Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò, su www.campifascisti.it. URL consultato il 30 gennaio 2025.
  3. ^ Il Campo di Concentramento di Monigo, su marcatrevigiana.it (archiviato dall'url originale il 2 novembre 2013).
  4. ^ I CAMPI FASCISTI - Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò, su www.campifascisti.it. URL consultato il 30 gennaio 2025.
  5. ^ Meneghetti, pp. 94-95.
  6. ^ Trinca, p. 56.
  7. ^ Crimini di guerra, su www.criminidiguerra.it. URL consultato il 30 gennaio 2025.
  8. ^ Meneghetti, p. 213.
  9. ^ Meneghetti, p. 255.
  10. ^ I CAMPI FASCISTI - Dalle guerre in Africa alla Repubblica di Salò, su www.campifascisti.it. URL consultato il 30 gennaio 2025.
  11. ^ Meneghetti, p. 247.
  12. ^ Meneghetti, pp. 221-222 e 470-476 (tabella comparativa nominativa dei morti).
  13. ^ Oggi il paese al mondo con il quoziente più elevato è l'Angola, con un tasso di 180 per mille (quello dell'Italia è 5,51; della Slovenia 4,25: della Croazia, 6,37). A Treviso il tasso di mortalità infantile del tempo era rispettivamente del 55,8 (1940), del 78,9 (‘41), del 65.6 (‘42).
  14. ^ Meneghetti, p. 264.
  15. ^ Giuseppe Taffarel, La Resistenza nella Marca Trevigiana, su latendatv.it (archiviato dall'url originale il 2 febbraio 2017). (documentario, 1975), dal minuto 67:55. In questa sua testimonianza soggettiva Giuseppe Taffarel attingeva alla propria memoria, riportando però alcune informazioni imprecise.
  16. ^ Meneghetti, pp. 127-136.
  17. ^ Meneghetti, p. 448.
  18. ^ Meneghetti, pp. 125-126.

Bibliografia

  • Ivo Dalla Costa, Monigo: un campo di concentramento per slavi. Luglio 1942-settembre 1943, Treviso, ISTRESCO, 1988.
  • Carlo Spartaco Capogreco, I campi del Duce. L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Torino, Einaudi, 2003.
  • Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943, Gonars, Comune di Gonars - Kappa Vu, 2003.
  • Maico Trinca, Monigo, un campo di concentramento per slavi a Treviso, Treviso, ISTRESCO, 2003.
  • Devana Lavrenčič Cannata, "Come se non fosse mai accaduto". Lettere d'amore dal campo di Monigo", Verona, ISTRESCO, 2005.
  • Erika Lorenzon, "Un lager sotto casa. Memoria e oblio di un campo di concentramento per slavi a Treviso", in "Venetica", 2005.
  • Francesco Scattolin, Maico Trinca, Amerigo Manesso, Deportati a Treviso. La repressione antislava e il campo di concentramento di Monigo (1942-1943), Treviso, ISTRESCO, 2006.
  • Davide Gobbo, L'occupazione fascista della Jugoslavia e i campi di concentramento per civili jugoslavi in Veneto. Chiesanuova e Monigo (1942-43), Padova, Centro Studi Ettore Luccini, 2011.
  • Francesca Meneghetti, Di là del muro. Il campo di concentramento di Treviso (1942-43), Treviso, ISTRESCO, 2012.

Voci correlate

Collegamenti esterni

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