Guerra commerciale
La guerra commerciale è un genere di guerra economica tra nazioni che si manifesta attraverso l’adozione reciproca di misure protezoinistiche con l’obiettivo di favorire l’economia interna a discapito delle importazioni estere[1][2]. Le guerre commerciali emergono generalmente quando un paese percepisce uno squilibrio nei rapporti di scambio , accusa un partner di concorrenza sleale o cerca di difendere settori industriali strategici[2]. Queste dinamiche spesso portano a un escalation, con dazi, sanzioni, svalutazioni e altri ostacoli che riducono il volume complessivo degli scambi e aumentano le tensioni diplomatiche[1][2].
Le guerre commerciali sono strettamente collegate alle politiche protezionistiche, ossia a quell’insieme di strumenti usati per limitare la concorrenza straniera e sostenere i produttori nazoinali[1][2]. Le misure possono essere applicate per ragioni economiche, come la tutela dell’occupazione, o politiche, come il rafforzamento della sicurezza nazionale o il controllo su settori sensibili[2]. Adam Smith già nel XVIII secolo definiva queste politiche come “beggar-thy-neighbour”, ossia strategie che migliorano la condizione interna a spese di altre nazioni[2]. Sebbene in certi contesti le misure protezionistiche possano fornire vantaggi di breve termine, nel lungo periodo tendono a danneggiare sia le economie coinvolte sia il sistema commerciale globale[1][2].
Gli strumenti
- Dazi: i dazi sono uno dei mezzi più semplici per cominciare una guerra commerciale. In pratica si mettono tasse sulle cose che arrivano da fuori, così diventano più care e la gente compra locale[1]. Per esempio, gli Stati Uniti hanno messo dazi sui prodotti tecnologici cinesi, e la Cina ha risposto tassando i prodotti agricoli americani[2]. Alla lunga però i prezzi salgono anche per i consumatori e può esserci un danno per tutti[1].
- Valute: un altro modo per fare guerra commerciale è manipolare la valuta del proprio paese[2]. Se una nazione svaluta la sua moneta, le sue esportazioni costano meno e diventano più competitive[2]. Nel 2019, la Cina fu accusata di aver abbassato artificialmente il valore dello yuan per reagire ai dazi USA[2]. Però questa mossa può causare inflazione e incertezza nei mercati[2].
- Altri ostacoli: non ci sono solo dazi o valute. Ci sono anche quote, sussidi statali e regolamenti tecnici che servono a ostacolare le merci straniere[2]. Per esempio, l'Unione Europea dà sussidi agli agricoltori, mentre la Cina mette regole strette su certi prodotti esteri per favorire quelli locali[2]. Anche se sembrano meno aggressivi dei dazi, questi strumenti possono creare tanti problemi lo stesso[2].
- Embarghi: gli embargo sono come uno stop totale: non si può commerciare con un certo paese[2]. Nel 1973, i paesi dell’OPEC hanno bloccato le esportazioni di petrolio agli Stati Uniti, creando una grossa crisi[2]. Più recentemente ci sono state restrizioni sulle esportazioni di tecnologia, come i microchip, che hanno complicato ancora di più i rapporti tra paesi[2].
Vantaggi e svantaggi
A volte le guerre commerciali servono per difendere i posti di lavoro o proteggere settori importanti per un paese[1]. In certi casi possono dare una spinta all’economia interna o ridurre la dipendenza economica dall’estero[1]. Però quasi sempre finiscono per fare aumentare i costi, ridurre la scelta per i consumatori e far salire le tensioni internazionali[2]. Il commercio diventa un campo di battaglia invece che una occasione di crescita comune[1].
Esempi di guerre commerciali
Le Corn Laws (1815–1846)
Nel Regno Unito, le famose Corn Laws erano delle leggi che mettevano alti dazi sul grano importato, per favorire i proprietari terrieri locali. Ma questo portò a grossi problemi per la gente, che si trovava a dover comprare il pane a prezzi altissimi. Dopo anni di proteste e pressioni, vennero cancellate nel 1846 e da lì si iniziò a parlare più seriamente di libero commercio[2].
Tariffa McKinley (1890)
Negli Stati Uniti, la tariffa McKinley alzò moltissimo le tasse sui beni importati per dare una mano all’industria americana. L’effetto fu che i consumatori si trovarono a spendere molto di più e il malcontento crebbe, soprattutto tra i più poveri. Anche se l’intenzione era buona, molti pensarono che fu un boomerang.[2]
Smoot-Hawley Tariff (1930)
Nel bel mezzo della Grande Depressione, gli USA provarono a salvare la loro economia mettendo dazi su tantissimi prodotti stranieri. Ma questa scelta scatenò una serie di ritorsioni da parte di altri paesi, e il commercio internazionale crollò. Alcuni storici dicono che tutto questo abbia contribuito alla nascita dei regimi totalitari in Europa e alla Seconda guerra mondiale. Una vera catastrofè che partì da una decisione protezionistica.[2]
Embargo petrolifero arabo (1973)
Nel 1973, i paesi dell’OPEC decisero di tagliare le esportazioni di petrolio verso l’Occidente, in particolare contro gli USA, per via del loro sostegno a Israele. Questo causò un’impennata dei prezzi e gravi problemi energetici, dimostrando che il controllo delle risorse può essere un’arma politica potentissima. Da quel momento, tanti governi iniziarono a parlare di indipendenza energetica.[2]
Guerra commerciale USA-Cina (dal 2018)
Dal 2018 in poi, le tensioni tra Stati Uniti e Cina hanno portato a un tira-e-molla di dazi doganali su tantissimi prodotti: dai componenti elettronici alla soia. Questo ha cambiato le catene di approvvigionamento globali e peggiorato i rapporti tra le due superpotenze. La cosa non si è fermata lì: nel 2024 e 2025 sono stati introdotti nuovi dazi, anche su veicoli elettrici e semiconduttori, creando ancora più tensione.[2]
Altre
- Guerra commerciale anglo-irlandese del 1932-1938
- Guerra commerciale tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti d'America
- Guerra commerciale tra Giappone e Repubblica di Corea
Conseguenze
Le guerre commerciali non rimangono mai confinate tra due nazioni. Quando cominciano a volare dazi e contro-dazi, a farne le spese è spesso l’economia globale. I prezzi aumentano, la produzione rallenta, e le aziende devono affrontare costi più alti e incertezza[1]. Anche i consumatori ci rimettono, trovando meno scelta e prodotti più cari[2]. Ci sono anche organizzazioni internazionali che cercano di mettere ordine, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Il loro compito è quello di risolvere le dispute e promuovere un commercio equo tra tutti. Però non sempre funzionano come dovrebbero, e a volte si finisce lo stesso in un conflitto economico[2].
Reshoring
Una particolare risposta dei privati ad una guerra commerciale è il ritorno delle fabbriche in patria. Questo processo si chiama reshoring. È un po’ l’opposto di quello che succedeva prima, quando tutto veniva delocalizzato nei paesi in via di sviluppo per risparmiare. Adesso invece si vuole produrre vicino casa, per stare più sicuri[2]. Il reshoring è stato accelerato dalle guerre commerciali, dai problemi di logistica durante il COVID-19, e dal fatto che i salari stanno salendo anche nei paesi meno ricchi. Certo, riportare tutto in patria costa, e non è sempre facile trovare manodopera o materie prime, ma molti governi lo vedono come una priorità per la sicurezza nazionale. Sostanziamlente, si tratta di un nuovo equilibrio tra globalizzazione e autosufficienza.[2]
Note
Bibliografia
- Lori Ann LaRocco, Trade War: Containers Don't Lie, Navigating the Bluster, Marine Money, Inc., 2019, ISBN 978-0997887143.
Voci correlate
Collegamenti esterni
- (EN) trade war, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
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