Marco Porcio Catone (console 36)
| Marco Porcio Catone | |
|---|---|
| Console dell'Impero romano | |
| Nome originale | Marcus Porcius Cato |
| Nascita | 5 a.C. circa |
| Morte | 38 |
| Figli | Marco Porcio Catone |
| Gens | Porcia |
| Pretura | prima del 28 |
| Consolato | luglio-dicembre 36 (suffetto) |
| Curatore | curator aquarum, 38 |
Marco Porcio Catone (in latino: Marcus Porcius Cato; 5 a.C. circa – 38) è stato un magistrato e senatore romano, console dell'Impero romano.
Biografia
Appartenente alla gens Porcia, Catone forse era legato per parentela agli illustrissimi Porcii Catones di Tusculum, che avevano prodotto Marco Porcio Catone il Censore e Marco Porcio Catone Uticense[1][2][3][4].
Catone, in ogni caso, fu una persona assai diversa dai suoi possibili antenati: dopo aver ricoperto la pretura, nel 28 egli, insieme agli altri ex-pretori Lucanio Laziare, Petilio Rufo e Marco Opsio, accusò con una complessa trama e fece condannare l'illustre cavaliere Tizio Sabino, amico di Germanico e della sua famiglia, solo perché spinto dalla brama di ottenere il consolato, a cui si poteva accedere ormai, secondo Tacito, solo con il benestare di Seiano, benestare ottenibile solo compiendo misfatti[5]. Tuttavia, l'avvicinamento dei quattro ex-pretori a Seiano e la loro ostilità a Germanico e alla sua famiglia non avrebbero fatto dormire loro sonni tranquilli tra gli ultimi anni di Tiberio e il principato di Caligola, come Tacito afferma in modo ominoso:
In ogni caso, però, Catone riuscì a raggiungere il suo obiettivo: egli, infatti, divenne console suffetto per il secondo semestre del 36 insieme a Gaio Vettio Rufo[6][7], sostituendo a luglio la coppia di ordinari composta da Sesto Papinio Allenio e Quinto Plauzio[6][7]. Durante il consolato di Catone, i Fasti Ostienses testimoniano per il 1º novembre l'incendio di parte del Circo Massimo e dell'Aventino, per la cui ricostruzione Tiberio diede cento milioni di sesterzi[7]: l'incendio è attestato anche da Tacito, che testimonia anche la formazione, per stimare i danni del disastro, di un comitato di cinque persone, tra cui tutti i consolari progeneri del princeps Gneo Domizio Enobarbo, Lucio Cassio Longino, Marco Vinicio e Gaio Rubellio Blando, nonché il consolare Publio Petronio, inserito per nomina degli stessi consoli Rufo e Catone[8].
L'ultimo incarico ricoperto da Catone fu, sotto Caligola, quello di curator aquarum: egli subentrò alla morte del predecessore Gaio Ottavio Lenate nel 38[9], ma rimase in carica probabilmente per pochi mesi[10], forse solamente uno[11], evidentemente morendo nella seconda metà del medesimo anno, come aveva anticipato Tacito[12] e probabilmente come vendetta dovuta al suo contrasto con la famiglia di Germanico[13][14]. A Catone subentrò forse Aulo Didio Gallo[9], evidentemente come console designato[15], ma forse potrebbe esserci una lacuna, tra le tante, nel testo di Frontino che riporta la lista dei curatores aquarum[12].
Catone però ebbe dei discendenti: il Marco Porcio Catone ricordato in alcune iscrizioni attiche[16] pare essere suo figlio, piuttosto che lui[17][18], e sempre suo figlio o forse figlio di un suo fratello[1][4] fu con ogni probabilità il Marco Porcio Catone[19] attestato[20] come legatus Augusti pro praetore della provincia di Lusitania nel 46[1][21], mentre sua figlia[22] o più probabilmente sua nipote[4][23] - figlia del Catone ricordato in Attica[24] - era Porcia[23][25], che sembra aver accompagnato il cugino Gellio Rutilio Lupo[24][26] durante il suo proconsolato d'Acaia alla fine del principato di Claudio o più probabilmente sotto Nerone[18].
Note
- ^ a b c G. Alföldy, Fasti Hispanienses, Wiesbaden 1969, pp. 138-139.
- ^ A. Licordari, in Epigrafia e ordine senatorio, II, Roma 1982, p. 50.
- ^ Contrario, o in ogni caso cauto, sulla parentela con i Catones repubblicani è invece R. Syme, The Roman Revolution, Oxford 1939, p. 492 nota 1; The Augustan Aristocracy, p. 223 nota 30. Su questa scia si pone anche S. Rutledge, Imperial Inquisitions, London-New York 2001, p. 260.
- ^ a b c PIR2 P 856 (Wachtel).
- ^ Tacito, Annales, IV, 68-70.
- ^ a b AE 1976, 388.
- ^ a b c Fasti Ostienses, frgm. Ch (Vidman).
- ^ Tacito, Annales, VI, 45, 1-2.
- ^ a b Frontino, De Aquis, CII.
- ^ Così integra P. Grimal nella sua edizione Budé del 1944 del De aquis di Frontino.
- ^ Questo suggeriva Nipperdey, cfr. R. Syme, The Augustan Aristocracy, Oxford 1986, p. 222 nota 22.
- ^ a b R. Syme, The Augustan Aristocracy, Oxford 1986, pp. 222-223.
- ^ C. Bruun, The Water Supply of Ancient Rome, Helsinki 1991, p. 157.
- ^ S. Rutledge, Imperial Inquisitions, London-New York 2001, p. 260.
- ^ L. Vidman, Ad Frontinum, De aq. 102, in Listy Filologické, 96.1 (1973), pp. 16-19.
- ^ IG II2/III 3542, 4190, 4241, 10163 (= AE 1964, 165).
- ^ Per lui propende S. Rutledge, Imperial Inquisitions, London-New York 2001, p. 260.
- ^ a b E. Groag, Die römischen Reichsbeamten von Achaia bis auf Diokletian, Wien-Leipzig 1939, pp. 36-37.
- ^ PIR2 C 575 (Groag).
- ^ CIL II, 608.
- ^ RE Suppl. XV (Eck, 1978), col. 442.
- ^ Per sua figlia propende S. Rutledge, Imperial Inquisitions, London-New York 2001, p. 260.
- ^ a b PIR2 P 871 (Wachtel).
- ^ a b IG II2/III, 4241.
- ^ M.-Th. Raepsaet-Charlier, Prosopographie des femmes de l'ordre sénatorial (Ier-IIe siècles), Louvain 1987, n° 647.
- ^ PIR2 R 250 (Wachtel).
Bibliografia
- PIR2 P 856 (Wachtel).
- R. Syme, The Augustan Aristocracy, Oxford 1986, pp. 222-223.
- S. Rutledge, Imperial Inquisitions, London-New York 2001, p. 260.