Candelaio
| Candelaio | |
|---|---|
| Commedia in cinque atti | |
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| Autore | Giordano Bruno |
| Lingua originale | Italiano |
| Composto nel | 1582 |
| Personaggi | |
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Il Candelaio è una commedia teatrale in cinque atti del filosofo italiano Giordano Bruno, pubblicata per la prima volta a Parigi nel 1582 dall'editore Guglelmo Giuliano.
Genesi e struttura
In quegli anni il filosofo soggiornava nella città di Parigi sotto la protezione di Enrico III di Francia, occupando un posto di prestigio nel collegio accademico reale.[1]
Alla complessità del linguaggio, un italiano popolaresco e colorito che inserisce termini in latino, toscano e napoletano, un linguaggio denso di metafore, allusioni oscene, sottintesi, citazioni e storpiature linguistiche, corrisponde una trama eccentrica e complessa, fondata su tre storie principali, quelle di Bonifacio, Bartolomeo e Manfurio. Il candelaio Bonifacio, pur sposato con la bella Carubina, corteggia la signora Vittoria ricorrendo a pratiche magiche; l'avido alchimista Bartolomeo si ostina a voler trasformare i metalli in oro; il grammatico Manfurio si esprime in un linguaggio incomprensibile. In queste tre storie si inserisce quella del pittore Gioan Bernardo, voce dell'autore stesso[2] che con una corte di servi e malfattori si fa beffe di tutti e conquista Carubina.
Nella commedia, dove Bruno definisce se stesso un «accademico di nulla accademia»,[3] è mostrato un mondo assurdo, violento e corrotto, rappresentato con amara comicità, dove gli eventi si succedono in una trasformazione continua e vivace.
Lo stesso apparato introduttivo ai cinque atti in cui la commedia è suddivisa risulta inconsueto e articolato, ponendosi in contrasto con i canoni della commedia tradizionale rinascimentale: alla poesia iniziale indirizzata ai poeti e a una dedica alla signora Morgana B. (probabilmente una conoscente di Bruno), seguono un "argumento", dove Bruno riassume la trama; un "antiprologo", dove l'autore capovolgendo subito quanto proposto in precedenza, ironizza sulla possibilità stessa di rappresentare realmente questa commedia; un "proprologo", dove egli polemizza contro le ideologie false, e un "bidello"[4], che finalmente licenzia la commedia.[1]
Venti sono i personaggi e settantasei il numero di scene complessive.[1]
Ambientazione e trama

La commedia è ambientata nella Napoli del secondo Cinquecento, di cui abbiamo, come rileva Pasquale Sabbatino, il ritratto cartografico disegnato da Du Pérac e stampato da Antoine Lafréry a Roma nel 1566 e la descrizione di Giovanni Tarcagnota, Del sito, et lodi della città di Napoli, apparsa a Napoli, nello stesso anno, presso Scotto. Le scene si svolgono presso il seggio del Nilo, uno dei distretti amministrativi del tempo, situato presso il decumano inferiore e vicinissimo alla piazza San Domenico Maggiore, dove Giordano Bruno seguì il suo percorso ecclesiastico.
Bonifacio, marito di Carubina, confida a Bartolomeo di essere innamorato della signora Vittoria, in realtà una prostituta, che vorrebbe conquistare senza dover ricorrere al denaro. Bartolomeo, un alchimista, gli confida a sua volta di avere anche lui un sogno: trasformare in oro e argento i metalli. Il pedante Manfurio, cui Bonifacio commissiona la scrittura di un'epistola amorosa, si esprime con frasi fatte e citazioni latine parlando a sproposito e mostrando di non comprendere quello che gli succede intorno. Sprezzante e sarcastico il rimprovero di Sanguino, servo di Bartolomeo, nelle cui parole riecheggia tutto il dispregio di Bruno per il mondo accademico dell'epoca:
Bonifacio, sempre per lo stesso fine, commissiona all'artista Gioan Bernardo un ritratto che lo «faccia bello»; Gioan Bernardo promette ma nello stesso tempo lo prende in giro: «da candelaio volete diventar orefice»[5], con allusione oscena al cambiamento di gusti sessuali, ma Bonifacio non intende. Non contento e sempre innamorato, Bonifacio ricorre anche a Scaramuré, un mago.
Vittoria, ragionando fra sé e sé sull'amore di Bonifacio, che giudica ridicolo, introduce due temi centrali su cui Bruno ruota lungo tutto lo svolgersi dell'azione: il tempo e l'amore. Già nella dedica Bruno scriveva che «il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila», e ora la saggia e scaltra Vittoria conclude che «chi tempo aspetta, tempo perde».[6] Il tempo sembra essere sempre là a disposizione per fare ciò che ci piace: in realtà il tempo è inesorabile, procede trasformando tutto senza concedere nulla, ma nello stesso momento il tempo riequilibra le cose e chi sa approfittarne riesce nel suo scopo. Il piano di Vittoria è pero infame: ella si prepara a ingannare Bonifacio. L'atto II si conclude con Pollula e Barra che leggendo l'epistola amorosa composta da Manfurio ne deridono il contenuto, e conoscendo Vittoria giudicano inutile la lettera: «le donne voglion lettere rotonde»[7].
Nel frattempo Bartolomeo, anch'egli tutto preso dalla propria passione, si mostra preda della cupidigia. Quello del denaro è un altro tema centrale nella commedia:[1] se Bonifacio per avarizia non ricorre ai soldi come si converrebbe con una prostituta, Bartolomeo conclude che «a chi manca il danaio, non solo mancano pietre, erbe e parole, ma l'aria, la terra, l'acqua, il fuoco e la vita istessa»[8]. Entrambi «avari, insipidi e goffi» mostrano, come del resto anche Manfurio, di essere in fondo degli stolti, di non comprendere come vanno le cose nel mondo, di non conoscere in ultima analisi, sé stessi.[9] E per questo, sembra voler concludere Bruno, meritano di essere puniti, facili prede di imbroglioni, ladri e prostitute. Le cose vanno così, è una conclusione cinica ma realistica quella di Vittoria nel suo monologo: «Il mondo sta bene come sta»[10].
L'unico saggio sembra essere proprio Gioan Bernardo, il pittore, l'artista. Ragionando sull'intelligenza di costui e sulla dabbenaggine di altri, il truffatore Cencio commenta:
Dunque il pensiero di Bruno su questo stato di cose non appare pessimista: se nel mondo tutti avessero «giudizio, diligenza e perseveranza», non ci sarebbe spazio per i truffatori: inutilmente costoro tenderebbero le loro trame. Il mondo descritto dal Candelaio è sì un mondo disgraziato[11], ma nel quale è chiaramente mostrata una via di salvezza[12]:
Manfurio e Bartolomeo saranno derubati e picchiati più volte. Al convegno amoroso organizzato per Bonifacio, costui si presenta travestito da Gioan Bernardo, dietro orchestrazione di Vittoria e Lucia. Egli pensa così di incontrare Vittoria, amica intima del pittore e di poterla avere con l'inganno e la magia. Invece si ritrova davanti Carubina, la propria moglie travestita da Vittoria. Interviene Gioan Bernardo che smaschera l'amante e lo punisce. Non contento, il pittore convince Carubina che tradire un siffatto marito non è perdere l'onore.
Citazioni
La commedia Candelaio è al centro della fiction Il tredicesimo apostolo - Il prescelto trasmessa dal 2012 su Canale 5.
Note
- ^ a b c d Candelaio 1994, introduzione.
- ^ Come suggeriscono anche le medesime iniziali: G.B.
- ^ Dal frontespizio dell'opera: Achademico di nulla achademia; detto il fastidito.
- ^ Dal latino medievale bidellus, a sua volta dal franco bidal: «messaggero».
- ^ Atto I, scena VIII
- ^ Atto II, scena III
- ^ Atto II, scena VI
- ^ Atto III, scena I
- ^ Nuccio Ordine, introduzione a Giordano Bruno, Opere italiane, vol. I, Torino, UTET, (2002) 2013, pp. 47-48.
- ^ Atto III, scena IV
- ^ Duro il commento di Scipione Maffei, storico e drammaturgo italiano, che definisce il Candelaio una commedia «scellerata e infame» (Osservazioni letterarie che possono servir di continuazione al Giornal de' Letterati d'Italia, Verona, 1738; citato in Giudizi critici, in Giordano Bruno, Candelaio, BUR, Milano, 2002, p. 91).
- ^ A tale proposito così Benedetto Croce: "È stato detto che il Candelaio è una fosca rappresentazione pessimistica; ma né il Bruno in quanto filosofo può dirsi pessimista, né in questa sua commedia c'è la poesia del pessimismo." (Poesia popolare e poesia d'arte, Laterza, Bari, 1933; citato in Giudizi critici, in Giordano Bruno, Candelaio, BUR, Milano, 2002, p. 96).
Bibliografia
- Giordano Bruno, Il candelaio, a cura di Augusto Guzzo, introduzione di Antonio Riccardi, Milano, Mondadori, 1994, ISBN 88-04-38060-8.
- Giordano Bruno, Il Candelaio,a cura di Giorgio Barberi Squarotti, Einaudi Editore, Torino, 1964.
- Michele Ciliberto, Introduzione a Bruno, Roma - Bari, Laterza, 1996, ISBN 88-420-4853-4.
Altri progetti
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Collegamenti esterni
- (EN) The Candlemaker, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- Giordano Bruno, La riproduzione digitale dell'edizione del Candelaio, pubblicata a Parigi nel 1582 e conservata dalla Biblioteca Nazionale di Napoli
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